Toglietemi una curiosità: Aldo Moro, Piersanti Mattarella, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino avevano come amici imbroglioni patentati?
E ricordate quando bastava trovare una fotografia con un personaggio discutibile e il gioco era fatto? Si diventava immediatamente colpevoli per contiguità.
Che dire, poi, del garantismo a corrente alternata?
Il paradosso è che spesso i più severi giudici degli altri diventano improvvisamente garantisti quando l’inchiesta, il sospetto o la critica riguardano loro stessi.
E allora ciò che per gli altri era una prova diventa una semplice insinuazione; ciò che per gli altri era una frequentazione compromettente diventa, per sé stessi, una conoscenza occasionale; ciò che per gli altri meritava la gogna mediatica diventa improvvisamente una persecuzione.
E magari ci si scopre persino vittime.
È questa la figura più curiosa: il giustizialista con gli altri e il garantista con sé stesso.
Il garantismo, però, non dovrebbe essere un salvagente personale da utilizzare quando l’acqua arriva alla propria barca. Dovrebbe essere un principio: o vale per tutti oppure non è garantismo, ma soltanto convenienza.
Perché, alla fine, la purezza assoluta è una brutta bestia. Chi oggi distribuisce patenti di moralità dovrebbe ricordare che, nella guerra tra i puri, prima o poi arriva sempre qualcuno che si ritiene più puro di lui.
E quando arriva quello più puro, inevitabilmente, comincia l’epurazione.
Ed è allora che chi fino al giorno prima distribuiva sentenze, sospetti e patenti di rispettabilità scopre, improvvisamente, quanto sia importante essere garantisti.

