Il vero problema non è l’influencer di turno ma il loro consenso

Negli ultimi giorni, il dibattito pubblico si è fossilizzato su figure come De Crescenzo, o su politici che ne sfruttano la popolarità per la propria visibilità. Eppure, fermarsi a criticare il singolo volto in evidenza è un errore fatale: significa guardare il dito invece della luna.

Il vero problema non è chi occupa il palcoscenico, ma chi applaude da sotto, chi con il proprio consenso legittima e alimenta fenomeni come questi. In altre parole, il problema è profondamente culturale.

Roba da fessi

Siamo immersi in un’epoca in cui il lavoro viene percepito come “roba da fessi” e la fatica viene spesso confusa con il fallimento. Chi si impegna per arrivare a fine mese rischia di essere visto come “uno sfigato che non ce l’ha fatta”. Nel frattempo, l’influencer è elevato a massimo traguardo possibile: visibilità, denaro, viaggi esotici e notorietà, ottenuti in apparenza senza sforzo, senza competenza e senza dover rendere conto a nessuno.

Questa non è solo una deriva mediatica, ma una vera e propria trasformazione antropologica. Quando la trasmissione più vista discute di tradimenti con i toni da bar, quando le relazioni intime diventano un prodotto e l’emozione istantanea surclassa il ragionamento critico, stiamo assistendo al trionfo dell’apparenza sulla sostanza e della volgarità sull’intelligenza.

Per questo, il vero problema non è un singolo volto noto

È il vasto numero di persone che segue e sostiene questi personaggi. È il consenso che riescono a raccogliere, trasformandoli in simboli e, ancor peggio, in modelli. È quel bacino di spettatori, follower e persino elettori che permette a certi politici di cavalcare un’onda di populismo che, al contrario, dovrebbe interrogarci tutti.

Finché questi contenuti continueranno a generare visualizzazioni, share e voti, nessuno avrà un reale interesse a promuovere una cultura diversa. La colpa, dunque, non è del singolo che sfrutta il sistema, ma del sistema stesso che lo rende possibile e profittevole.

Ed è qui che si apre la sfida più grande: come possiamo ricostruire un senso critico collettivo? Come possiamo restituire valore all’impegno, alla competenza, alla sobrietà e alla cultura? La risposta non sarà né semplice né rapida. Ma la consapevolezza è il primo, indispensabile passo. Finché continueremo a puntare il dito contro il personaggio di turno, non faremo altro che rinforzare le fondamenta di ciò che fingiamo di disprezzare.

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